Stacca la spina

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Nucleare

nucleareQuali sono le imprese italiane che investono nel nucleare? Una panoramica sugli investimenti a rischio per la sicurezza e l'ambiente. Il caso Mochovce in Slovacchia e gli ultimi sviluppi nel settore. Leggi tutto

Petrolio e Gas

petrolioNel Delta del Niger alcune organizzazioni vogliono che il petrolio rimanga nel sottosuolo. Lo sfruttamento di questa risorsa ha causato enormi danni ambientali. Leggi tutto

Tar Sands

tar sandsLe sabbie bituminose sono la nuova frontiera dell'estrazione. Ma dal Canada al Congo i costi per il territorio, la salute e la sopravvivenza delle comunità impattate sono elevatissimi. Leggi tutto

Dighe

digheDalla Patagonia al Congo, i progetti che rischiano di rovinare per sempre paradisi ecologici e di forzare intere popolazioni allo spostamento dalle proprie terre. Leggi tutto

Carbone

carboneLa risorsa energetica più inquinante del pianeta è anche quella più utilizzata. E le imprese italiane stanno progettando nuovi impianti a ridosso dei nostri confini. Leggi tutto

Nucleare: un film che non vogliamo vedere mai più

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scorie-radioattive-filmSabato 4 settembre 2010: happening antinucleare alla mostra del cinema di Venezia
Nel giugno scorso è nata la Rete veneta contro il nucleare, una rete regionale di comitati locali, associazioni e singoli cittadini, che – nella pluralità di percorsi e competenze – vuole dar vita ad una battaglia sociale, culturale e politica per fermare la nuova deriva nucleare.

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Uranio e Dighe, una sciagura per il Gabon

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mappa del GabonUno studio indipendente appena reso pubblico della Ong gabonese Brainforest documenta le devastazioni inferte al territorio delle regioni sud-orientali del Paese africano dallo sfruttamento minerario per l’estrazione di uranio e manganese. Per agevolare le operazioni, il governo locale ha in programma la costruzione della diga di Grand Poubara, che così finirà per fornire parte della tanta energia elettrica necessaria per le attività del comparto.

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Nigeria, assolta la Shell?

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fonte: Il Manifesto, 24 Agosto 2010 - Articolo di Marina Forti

L'indagine è durata 3 anni, è stata commissionata dal governo della Nigeria e porta l'autorevole firma di un'agenzia delle Nazioni unite, anche se è stata finanziata con quasi 10 milioni di dollari dalla filiale nigeriana di Royal Dutch Shell, la compagnia petrolifera anglo-olandese. Condotto dall'Unep, il Programma dell'Onu per l'ambiente, è lo studio più ampio mai condotto sull'impatto ambientale degli sversamenti di greggio in Ogoniland, una delle regioni petrolifere del delta del Niger, in Nigeria. Quando sarà concluso, in ottobre, fornirà anche indicazioni su come bonificare una delle zone più inquinate del pianeta.

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Disastri estivi, le colpe delle grandi dighe

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L’estate porta con sé notizie di alluvioni disastrose e di temperature al di fuori della norma. Ormai dovremmo esserci abituati a scenari apocalittici come quelli vissuti nelle settimane appena trascorse in Russia, dove gli immensi incendi scoppiati quasi ovunque nella parte europea del Paese erano dovuti a una calura mai registrata in secoli di storia patria, in Pakistan e in Cina, con enormi allagamenti che hanno provocato danni ingentissimi e una vera e propria emergenza umanitaria, ma anche nella stessa Europa.

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Perché Stacca la Spina

In un mondo ideale sarebbe giunto finalmente il momento di staccare la spina ai progetti energetici che fanno male all’ambiente e alle popolazioni locali.

Quelli che continuano a sfruttare i combustibili fossili infischiandosene delle conseguenze nefaste che provocano da decenni.

Quelli che ci vogliono far credere che il carbone può essere “pulito”, creando un ossimoro all’ennesima potenza.

Oppure quelli che hanno intenzione di massacrare ettari ed ettari di territorio per cavarne fuori la sabbie bituminose, una versione molto più inquinante del petrolio e che ha già rovinato uno spicchio significativo di Canada.

E ancora quelli che ci vorrebbero far credere “sostenibili” e a difesa del clima, se non addirittura assimilabili alle fonti rinnovabili: la grandi dighe e il nucleare.

Il sito “stacca la spina” è nato tre anni fa proprio per monitorare e denunciare i pericoli collegati a questa ultima tipologia di progetto energetico, che sta per rivedere la luce tra mille dubbi e incertezze. In tanti dei progetti di cui si occupa il sito c’è un serio coinvolgimento di due tra le principali multinazionali italiane: l’Enel e l’Eni, entrambe per circa il 30 per cento ancora di proprietà dello Stato italiano. Compagnie che operano, e tanto, all’estero e che spesso sono state oggetto di controversie e contenziosi ancora aperti. “Stacca la spina” seguirà queste e molte altre storie, nella speranza che siano sempre di più le persone pronte a chiedere un modello energetico realmente sostenibile, al di là della vuota retorica sulla lotta ai cambiamenti climatici che ci propinano i governi del Nord del mondo e i principali attori privati. Ne va della sopravvivenza del nostro Pianeta.

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