LA DESCRIZIONE DEL PROGETTO E LE COMPAGNIE COINVOLTE
Nel dicembre 2007 l’amministratore delegato dell’Enel Fulvio Conti volò a Tirana per siglare con il ministro dell’Economia, del Commercio e dell’Energia locale un memorandum of understanding per lo sviluppo del settore energetico albanese. Tra i punti chiave dell’accordo c’era la costruzione di una centrale termoelettrica a carbone, con una capacità produttiva complessiva di 1.600 megawatt e un costo di almeno 2,2 miliardi di euro nei pressi di Porto Romano, località a pochi chilometri da Durazzo. Un progetto enorme per un Paese piccolo e finanziariamente certo non ricchissimo come l'Albania. A fronte dell’interessamento iniziale di altre imprese, in primis il gruppo greco Titan e la tedesca RWE, non è stata indetta nessuna gara d’appalto internazionale
In base alla valutazione d’impatto ambientale e alle dichiarazioni di alti esponenti dell’Enel, si apprende che il progetto verrà eseguito in due fasi, ciascuna riguardante la costruzione di un’unità di produzione di energia da 800 megawatt. L’opera include la costruzione di una linea elettrica aerea, lunga 25 chilometri, che collegherà il nuovo impianto energetico con la rete nazionale della sottostazione Tirana 2. “Dopo la costruzione della linea elettrica di 400 Kw, questa diventerà di proprietà dell’Operatore del Sistema della Trasmissione albanese (OST)”, ha affermato l’Enel nel corso dell’incontro di presentazione dei dettagli del progetto. La costruzione dell’impianto aprirà la strada alla progettazione sottomarina, necessaria per il trasporto dell’energia elettrica in Italia. Verrà infatti realizzata una linea sotto il livello del mare che si estenderà per 210 chilometri, collegando la centrale con la nostra rete nazionale. Anche perché il quantitativo di energia che attraverserà l’Adriatico sarà considerevole.
GLI IMPATTI SOCIO-AMBIENTALI
L’Albania vive da anni una profonda “crisi energetica”. Il 98 per cento della produzione nazionale deriva da impianti idroelettrici, che però non riescono più a soddisfare il crescente fabbisogno soprattutto del settore industriale. Porto Romano, però, garantirebbe da solo il doppio di quanto serve al Paese. Non a caso stando alle ammissioni dell’Enel rilasciate durante il processo di consultazione legato alla valutazione di impatto ambientale, ben l’85 per cento dell’energia prodotta sarà trasferita in Italia.
Secondo uno studio congiunto della Ong albanese Eden e del network europeo CEE Bankwatch, in questo modo le emissioni di CO2 dell’Albania passeranno dai 5,5 milioni di tonnellate l’anno, a ben 14 milioni di tonnellate. Di conseguenza, la media di emissioni per persona salirà a 4,6 tonnellate ogni dodici mesi, più di un punto oltre ai valori previsti dal Protocollo di Kyoto per i cosiddetti Paesi non-Annex 1 – ovvero quelle realtà che, siccome in via di sviluppo, non sono tenute a rispettare gli obblighi derivanti dalla Convenzione delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici, a meno che non su base volontaria.
Val la pena rammentare che l’area di Porto Romano durante l’epoca comunista era sede di industrie chimiche e che, una volta caduto il regime, le ingenti quantità di scorie presenti sul territorio (oltre 20mila tonnellate di rifiuti) furono lasciate pressoché incustodite in loco. Nel 2003 il Programma delle Nazioni Unite per l'Ambiente stanziò un milione e 500mila dollari per la riqualificazione di zone industriali in tutto il Paese e circa 250mila dollari sono andati alla tanto attesa bonifica dell’area di Porto Romano.
Nell’aprile del 2009 rappresentanti della società civile e delle Ong hanno duramente criticato lo studio che ha valutato gli impatti ambientali, dal momento che non solo non prende nemmeno in considerazione fonti energetiche alternative al carbone, il più inquinante tra i combustibili fossili, ma non analizza nella maniera adeguata proprio l’ammontare di emissioni legate al progetto. Nel documento mancano delle indicazioni precise sulle modalità di monitoraggio e di gestione degli impatti ambientali. Non esistono piani di gestione dei rifiuti, sia quelli ordinari che quelli pericolosi, e non si trova traccia di indicazioni precise nell’eventualità di incidenti o emergenze. All’inizio il processo di consultazione delle popolazioni locali era apparso molto ridotto, visto che erano stati interpellati solo gli abitanti del villaggio di Katundi i Ri. Poi, sempre grazie alle pressioni della Ong Ekolevizja, la consultazione è stata estesa a Durazzo, Manze, Sukth e Ishem.
Nel frattempo nell’area interessata dal progetto sembra crescere la protesta, o quanto meno la poca disponibilità a dover sopportare un eventuale altro pastrocchio ambientale. Un sondaggio reso pubblico lo scorso 15 ottobre ha rivelato che il 73 per cento della popolazione di Durrazzo e dei villaggi limitrofi è contrario alla realizzazione della centrale. Condotto dalla Ong locale Eden Center, il sondaggio si è basato su un campione di duemila persone. Una percentuale non esattamente insignificante (il 7,2 per cento) ha evidenziato di non sapere quasi nulla sul progetto, mentre il 6,8 ha affermato di non averne mai sentito parlare. Dati che la dicono lunga sul livello di coinvolgimento degli abitanti della zona nell’ambito del previsto processo di consultazione. L’udienza pubblica del settembre 2008, organizzata dall’Enel per discutere della valutazione d’impatto ambientale, non ha inoltre ricevuto la necessaria pubblicità, se è vero che solo il sei per cento degli intervistati ne era a conoscenza.
I FINANZIATORI DEL PROGETTO
Al momento nessuna istituzione finanziaria internazionale sta prendendo in considerazione un possibile prestito per la centrale di Porto Romano, sebbene non manchino proprio in Albania i casi di progetti estrattivi finanziati da banche di sviluppo. Specie se l'obiettivo è produrre energia che poi può essere venduta all'estero, possibilmente in Europa o negli Stati Uniti. Nel qual caso le normative ambientali e gli standard internazionali vengono aggirati anche da quelle istituzioni pubbliche, come la Banca Mondiale, che dovrebbero operare nel rispetto dei diritti umani e evitando di contribuire ulteriormente al surriscaldamento del pianeta. Il Parco industriale ed energetico di Vlora, situato in una località di pregio naturalistico sulla costa albanese, è un esempio lampante, visto che ha ricevuto il sostegno della Banca mondiale, dalle Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo e della Banca europea per gli investimenti.








