Il calore contenuto nei primi otto chilometri della crosta terrestre è in grado di produrre 50mila volte l’energia derivante da tutte le riserve di petrolio e gas del mondo messe insieme. Nonostante ciò, la produzione globale di energia geotermica ammonta a soli 10mila megawatt e la crescita della capacità di produzione non supera il tre per cento l’anno. In un articolo apparso di recente sul sito www.grist.org, il celebre ambientalista e scrittore statunitense Lester Brown riflette su come i massicci investimenti nel comparto estrattivo abbiano penalizzato una delle risorse più pulite e sostenibili per produrre energia elettrica.
È vero, ci sono Paesi come El Salvador, Islanda e le Filippine che coprono circa un quarto del loro fabbisogno energetico con il geotermico, ma ce ne sono molti altri che potrebbero fare di più, molto di più. Tra questi quelli del cosiddetto “cerchio di fuoco” del Pacifico, ovvero Cile, Perù, Colombia, Messico, Stati Uniti, Canada, Russia, Cina, Giappone, Indonesia e Australia, oltre a numerosi Stati africani (vedi la Rift Valley in Kenya) e della regione orientale del Mediterraneo. Nel 2006 alcuni esperti del Massachusetts Institute of Technology (MIT) effettuarono uno studio molto approfondito del settore, rivelando che tramite l’impiego di tecnologie molto simili a quelle già utilizzate dalle compagnie petrolifere si poteva ricavare energia elettrica 2mila volte superiore a quanto necessario agli Stati Uniti. In pratica si tratta di perforare lo strato di roccia bollente, pompare acqua al suo interno per poi, una volta bollente, veicolarla in turbine e il gioco era fatto. I ricercatori del MIT evidenziarono come il processo comportasse dei costi abbastanza alti, ma fosse allo stesso tempo di facile realizzazione ovunque. Non a caso è stato adottato in varie parti del mondo, con l’Australia che al momento detiene il primato nello sviluppo di queste tecnologie.









