Negli angoli più remoti e impervi della Patagonia cilena da alcuni anni sono in progettazione cinque mega dighe. Per la precisione la regione interessata, la meno popolosa del Paese, è quella dell’Aysen, dal termine mapuche achen. Tradotto, achen vuol dire franare, sbriciolarsi, molto probabilmente per la natura sismica del territorio in questione.
È in quel meraviglioso angolo di mondo, vero paradiso per gli appassionati di montagna e della natura più in generale, tra cascate mozzafiato e canyon formatisi nel corso di milioni di anni, che si sta pianificando la realizzazione di cinque impianti idroelettrici, dal costo totale di oltre cinque miliardi di dollari. L’energia prodotta, per un totale di 2.300 megawatt, sarà poi in buona parte trasportata a ben 1.500 chilometri di distanza, verso Santiago del Cile e il suo distretto industriale, sede dei numerosi stabilimenti per la produzione di rame. Intere foreste saranno sventrate per far spazio agli elettrodotti con tutte le implicazioni che queste operazioni di solito comportano, tra cui l'apertura di strade per il taglio illegale di legname.
I cinque impianti dovrebbero imbrigliare il corso del Baker e del Pascua, due fiumi “ancestrali”, in quanto da milioni di anni le loro acque partono dalle Ande per poi finire la loro corsa nell’Oceano Pacifico. Il Baker è ritenuto una delle meraviglie del territorio della Patagonia. Metà delle sue acque proviene dal secondo più grande lago del Sud America, il General Carrera, mentre il resto deriva dallo scioglimento degli immensi ghiacciai andini.
LE COMPAGNIE COINVOLTE
Il consorzio costruttore è composto da compagnie locali, canadesi, spagnole fra cui spicca il nome dell’Endesa, controllata in toto dell’italiana Enel. Dal momento che per il trasporto dell’energia elettrica saranno abbattute intere porzioni di foreste la cui tipologia si trova solo in quella parte del pianeta. Non a caso sono molto interessati al progetto i due giganti cileni della carta, il gruppo Matte e l’Angelini.
L’Enel continua a evidenziare come l’accordo sul progetto sia stato siglato da Endesa prima che questa venisse acquistata dalla compagnia italiana. Nel suo ultimo bilancio di sostenibilità, l’azienda ha evidenziato che in base alla diminuzione dell’ammontare della superficie ricoperta dai bacini artificiali prodotti dalle dighe, il progetto ora “è meno invasivo del 36 per cento sotto il profilo ambientale”. Inoltre si è sottolineata l’intenzione di portare avanti il dialogo con le comunità impattate, dal momento che “l’unità Affari Istituzionali Internazionali di Enel ha preso contatto con il Vescovo Vicario Apostolico di Aysen, rappresentante delle comunità locali interessate dal progetto Hydro Aysen, che è stato ricevuto per uno scambio di opinioni sui temi dell’uso dell’acqua in Patagonia”.
Proprio i diritti di utilizzo dell'acqua rappresentano uno dei nodi cruciali del progetto. In Cile le imprese private detengono la gran parte dei diritti sull'utilizzo dell'acqua non per consumo umano. Una situazione particolarmente grave proprio nella regione della Patagonia, dove HydroAysèn ed Endesa controllano la quasi totalità di questi diritti. Con il rischio concreto di creare fortissime tensioni con gli agricoltori e le popolazioni locali. Va inoltre aggiunto che l'Enel difende il fine sociale del progetto, ossia di fornire elettricità ad una parte più povera del Paese. Nella realtà dei fatti questo obiettivo è discutibile, dal momento che gran parte dell'energia sarà utilizzata dalla grande industria e non dalle utenze domestiche.
GLI IMPATTI SOCIO-AMBIENTALI
Le dighe determineranno la formazione di ampi bacini artificiali che avranno rovinose conseguenze sulle risorse agricole dalle quali dipendono le popolazioni locali, oltre a destabilizzare i delicatissimi ecosistemi della regione e cancellare la crescente industria del turismo. A rischio parecchie specie faunistiche, in particolare il cervo huemul, di cui rimangono ancora in vita solo 3mila esemplari e l’anatra di fiume.
Ma gli sparuti abitanti della regione dell’Aysen non ci stanno e si sono già attivati per contrastare in ogni modo il progetto. Le associazioni locali e del resto del Cile hanno creato una rete dal nome molto significativo: Patagonia Sin Represas (Patagonia senza dighe).
Patagonia Sin Represas ha criticato in maniera aspra lo studio di valutazione ambientale condotto dalla Hidro Aysen nel 2008. Uno studio costato all’incirca cinque milioni di dollari, ma che ha sollevato addirittura qualche migliaio di interrogativi da parte dei suoi tanti critici. Tra i punti più controversi, la mancanza di piani d’intervento in caso di alluvioni o terremoti (eventualità non del tutto remote nella regione) e addirittura l’assenza di mappa su cui poter individuare il luogo esatto in cui saranno realizzate alcune dighe. La difesa d’ufficio del dirigente responsabile del progetto, Hernan Salazar, ha continuato a basarsi su un attacco diretto agli attivisti che si oppongono alle dighe, capaci di mettere su una mendace campagna mediatica orchestrata dagli organi d’informazione locali.
Mentre le autorità governative hanno concesso una deroga di nove mesi per la presentazione della valutazione d’impatto ambientale, approvato poi in maniera del tutto acritica, nell’aprile del 2009 un sondaggio di opinione condotto in Cile ha evidenziato che il 57,6 per cento del campione intervistato è contrario alla realizzazione di mega impianti idroelettrici in Patagonia. Solo il 32 per cento si è detto a favore, mentre il 10 per cento ha affermato di non avere un’opinione precisa al riguardo. Se si considerano le persone tra i 19 e i 38 anni, la percentuale degli oppositori sale al 65 per cento. Si stima che i sondaggi pubblici realizzati nel Paese sudamericano abbiano un margine di errore che si aggira intorno al 3 per cento.
La Campagna "Patagonia sin represas" è promossa dal Consejo de Defensa de la Patagonia Chilena









