L’estate porta con sé notizie di alluvioni disastrose e di temperature al di fuori della norma. Ormai dovremmo esserci abituati a scenari apocalittici come quelli vissuti nelle settimane appena trascorse in Russia, dove gli immensi incendi scoppiati quasi ovunque nella parte europea del Paese erano dovuti a una calura mai registrata in secoli di storia patria, in Pakistan e in Cina, con enormi allagamenti che hanno provocato danni ingentissimi e una vera e propria emergenza umanitaria, ma anche nella stessa Europa.
Non lontano da casa nostra, nella parte nord-orientale del Vecchio Continente, si sono contate decine di vittime dovute allo straripamento di numerosi corsi d’acqua. Buona parte della colpa è da imputare ai nefasti effetti dei cambiamenti climatici, che dall’altra parte dell’emisfero hanno mietuto decine di morti “favorendo” un inverno particolarmente nevoso nelle Ande, dove però i principali ghiacciai continuano a sciogliersi a ritmi vertiginosi. Eppure per alcune delle tragedie appena menzionate sul banco degli imputati dovremmo far salire anche le grandi dighe, colpevoli di aver talmente stravolto il territorio da causare quanto accaduto.
Per la verità in Pakistan le elite politiche ed economiche sostengono addirittura che la costruzione del mega sbarramento di Kalabagh – un progetto discusso e complicato del quale si è parlato per anni – avrebbe mitigato le conseguenze delle alluvioni. Nella realtà dei fatti sono state le dighe sull’Indo a giocare un ruolo non secondario, come ha dichiarato di recente alla BBC l’esperto di gestione delle risorse idriche Daanish Mustafa. A causa degli impianti idroelettrici, nei bacini artificiali e sul letto del fiume si depositano enormi quantità di limo. Proprio per questo motivo lo stesso letto dell’Indo si è alzato e la sua capacità di drenaggio delle acque è diminuita. Gli argini non riescono più a reggere l’enorme pressione a cui sono sottoposti e finiscono per rompersi. Nel recente rimodernamento della diga di Taunsa, finanziato con 140 milioni di dollari erogati dalla Banca mondiale, questo fattore apparentemente decisivo non è stato preso per nulla in considerazione, sebbene le Ong locali avessero segnalato il pericolo derivante dagli eccessivi depositi di limo.
In Cina le impressionanti frane che hanno investito la cittadina nordoccidentale di Zhouqu sono state ufficialmente catalogate come un “disastro naturale”. Ma il fiume Bailong, che attraversa la valle colpita dall’incidente, è da anni indicato come a rischio sia da esponenti governativi che dai media locali. Sugli oltre 500 chilometri di lunghezza del corso d’acqua sono presenti tredici impianti idroelettrici (tra cui tre di grandi dimensioni), peraltro danneggiati dal terribile terremoto che ha colpito la regione nel 2008. La precaria condizione degli argini è ulteriormente peggiorata dalla massiccia deforestazione e dalle attività minerarie in atto in ampi tratti del territorio. Non a caso circa due anni fa l’esecutivo dell’ex Impero di Mezzo ha stanziato circa un miliardo di dollari per limitare i nefasti effetti dell’erosione idrogeologica. Un provvedimento che per il momento non si è rivelato efficace, almeno a giudicare dai luttuosi eventi di inizio agosto (gli smottamenti hanno provocato centinaia di vittime).
D’altronde come sottolinea Patrick McCully dell’organizzazione americana International Rivers, “Il passato idrologico non è più una guida affidabile per il futuro idrologico. In considerazione di tutto ciò dobbiamo assolutamente ripensare la gestione dei fiumi”.
Luca Manes









