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Diga di Bujagali in Uganda, crescono i rischi, anche economici

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Cascate di Bujagali (Foto International Rivers - http://www.internationalrivers.org/)[di Luca Manes]

I ritardi nella realizzazione della diga di Bujagali, in Uganda, potrebbero costare al Paese africano circa 450 milioni di dollari l’anno. Il mega impianto idroelettrico nei pressi delle fonti del Nilo Bianco, in una zona di enorme pregio naturalistico, ha una storia ultra-decennale punteggiata da ritardi, casi di corruzione, cambi di programma in corsa e soprattutto critiche molto pesanti.

Dopo una prima fase di lavori interrotta nel 2003 con il ritiro del finanziamento della Banca mondiale allorché venne alla luce la storia di mazzette versate dalla statunitense AES, allora la più grande compagnia energetica indipendente, Bujagali “rischiò” di non vedere mai la luce. Ma già nel 2006 il governo di Yoweri Museveni tornò alla carica e la creazione di un nuovo consorzio costruttore, capeggiato dall’italiana Salini, trovò subito il sostegno dei soliti noti: Banca mondiale, Banca europea per gli investimenti, la Banca Africana per lo sviluppo e un nutrito gruppo di agenzie di credito all’export del Vecchio Continente.

Le preoccupazioni delle realtà della società civile locale e internazionale si sono sempre incentrate sui danni ambientali – le meravigliose cascate di Bujagali sono già sparite per sempre lo scorso novembre – e sull’elevatissimo rischio idrogeologico, ma anche, non da ultima, sulla fattibilità economica del progetto. Un’opera costosa già da principio, ma che negli anni ha sforato di un bel po’ le previsioni iniziali – è già passata da 790 milioni di dollari a oltre un miliardo.

In teoria, i primi 50 megawatt dei 250 complessivi che Bujagali si troverebbe a produrre a pieno regime dovevano essere riversati nella rete nazionale al più tardi lo scorso dicembre. Ma nemmeno l’unica delle cinque turbine preventivate dal progetto originario finora assemblate è ancora del tutto attiva. Le fonti governative riferiscono di un iniziale contributo di cinque megawatt alla rete ugandese (spesso penalizzata da malfunzionamenti), tuttavia in base a quanto riportato dal giornale britannico Observer anche il flusso di energia prodotta avrebbe delle “pause” di una certa consistenza.

Le altre turbine dovrebbero essere finite entro luglio, ma a questo punto non è da escludere che possa saltare l’ennesima scadenza. Nel frattempo l’ex ministro dell’Energia Hillary Onek, la quale ha un background ingegneristico, ha affermato che Bujagali al massimo potrà generare 220 megawatt e solo per tre ore al giorno. Il ministro di fatto ha confermato tutte le perplessità dei detrattori del progetto, che proponevano invece di investire le ingenti risorse economiche destinate alla diga nelle varie opportunità offerte dalle fonti energetiche alternative (piccoli impianti idroelettrici e solare in primis).

Tali dubbi erano stati confermati ormai quasi dieci anni fa, ma anche nel 2008, dall’organo ispettivo indipendente della Banca mondiale, istituzione che però, come abbiamo visto, è tornata a erogare denaro per Bujagali insieme alla banca di sviluppo dell’UE. Proprio la Banca europea per gli investimenti già nel settembre del 2010 avrebbe dovuto rispondere a una serie di quesiti posti da associazioni ugandesi e internazionali, che pochi mesi fa hanno così deciso di rivolgersi all’Ombudsman europeo. L’ennesima macchia su un’opera non solo inutile, ma addirittura dannosa. Da molti punti di vista.

Vedi anche la Pubblicazione “Dighe contro lo sviluppo”  http://www.crbm.org/2011/09/24/dighe-contro-lo-sviluppo/

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