La regione di Sarawak, nel Borneo, richiama alla memoria le esotiche ambientazioni dei romanzi di Emilio Salgari. La natura rigogliosa e selvaggia che è testimone delle numerose avventure di Sandokan e dei tigrotti della Malesia nella loro lotta contro i dominatori inglesi è entrata nell’immaginario collettivo di generazioni e generazioni di lettori grazie alle opere dello scrittore veronese. Quella stessa natura rischia adesso di subire un drammatico stravolgimento a causa di un progetto ambizioso quanto controverso.
A Sarawak, infatti, un gruppo di imprese private, con l’avallo delle autorità locali, si appresta a costruire ben dodici dighe su alcuni corsi d’acqua della regione. Mega sbarramenti che, oltre ad “affogare” centinaia di ettari della preziosa foresta pluviale che ricopre l’isola, minacciano di causare lo sfollamento di decine di migliaia di persone.
Per protestare contro il progetto si sono mobilitate numerose Ong locali e internazionali, che chiedono un immediato stop ai lavori, denunciando sia gli impatti socio-ambientali che l’incerto esito economico dell’operazione, che si teme possa recare benefici solo ai vertici del governo locale e alle loro famiglie.
Sull’isola si è appena formata la coalizione “Save Sarawak’s Rivers”, che durante una conferenza stampa tenutasi la settimana scorsa ha comunicato l’intenzione di mettere in piedi una serie di proteste e iniziative pubbliche finché non otterrà dei risultati tangibili. Oltre all’incontro con la stampa, la coalizione ha tenuto un meeting con tutti i soggetti potenzialmente impattati dalle dighe per coordinare il lavoro comune e mettere in piedi un proficuo ed efficace scambio di informazioni.
La popolazione locale non è stata interpellata dalle imprese private e dal governo, ma adesso ha l’opportunità di far sentire la propria voce e di conoscere ulteriori dettagli su un precedente ben poco illustre che coinvolge sempre Sarawak: la diga di Bakun. In grado di fornire una potenza di 2.400 megawatt, il mega impianto idroelettrico alle sue spalle ha una lunga storie di soprusi e violazioni dei diritti umani, che certo non fa ben sperare in vista della realizzazione dei nuovi sbarramenti. Come se non bastasse l’organizzazione Transparency International ha definito Bakun “un monumento alla corruzione”.








