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Le grandi dighe e il Brasile

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Photo credit: Atossa Soltani/ Amazon Watch / Spectral Qdi Antonio Tricarico - da Rio de Janeiro
Di fronte alla crisi energetica e ai cambiamenti climatici, nel dibattito sull'economia verde e sulla ripresa economica incoraggiata dalle grandi infrastrutture le grandi dighe stanno ritrovando spazio sull'agenda di governi e settore privato. Il vertice sullo sviluppo sostenibile di Rio de Janeiro non fa eccezione, anzi. Nonostante i devastanti impatti sociali e ambientali che hanno segnato la storia dei mega sbarramenti nel Novecento, l'idroelettrico viene sempre più promosso come energia verde.

In Brasile più di un milione di persone ha dovuto lasciare le proprie case e terre per far spazio ai bacini delle dighe. Ben 24mila chilometri quadrati di terre sono state sommerse, 1.500 riserve naturali sacrificate, il 70 per cento degli impattati non ha ricevuto alcuna compensazione. Nel paese sono state costruite più di 615 mega dighe e 64 sono in costruzione. Negli ultimi anni il governo ha riaffermato la centralità dell'idroelettrico nella strategia energetica nazionale. Entro il 2020 sarà necessario trovare 45.000 megawatt aggiuntivi, che deriveranno in buona parte dalle dighe. A differenza di quanto reclamizzato dalle istituzioni, alla fine l'idroelettrico non risulta così economico. Il Brasile è il quinto paese al mondo per le tariffe elettriche più elevate e 2,7 milioni di persone non hanno ancora accesso all'elettricità, soprattutto nelle aree dove sono state realizzate le dighe!

Dopo una lunga controversia legale, nel nord del Paese è ormai in fase di costruzione la diga di Belo Monte. Una volta terminata sarà la terza più grande al mondo. Proprio questo mastodontico progetto è diventato il simbolo della resistenza del MAB, il movimento nazionale degli impattati delle dighe, che oggi come membri attivi include più di 20mila famiglie. Non è un caso, visto che i grandi sbarramenti in Brasile sono sinonimo di violazione dei diritti umani: la stessa Commissione sulla biodiversità, promossa dall’allora presidente Lula, lo ha ammesso, evidenziando le paghe da fame de lavoratori.

La strategia del MAB è un'ispirazione per tutti i movimenti sociali. Per uscire dalla criminalizzazione della resistenza, il movimento ha puntato sulla strutturazione a livello locale per radicarsi così nella società brasiliana e promuovere un ampio dibattito su un nuovo modello energetico. Allo stesso tempo ha forgiato alleanze inaspettate con i sindacati e con i movimenti campesinos nella “Piattaforma operaia e contadina per l'energia”, che rivendica una legge che riconosca agli impattati delle dighe diritti e compensazioni. Il MAB crea anche progetti per aiutare le popolazioni a rimanere sul territorio con agricoltura sostenibile ed energia solare autoprodotta. Il movimento promuove con accademici e altre organizzazioni corsi di formazione sulla crisi energetica e del capitalismo. Allo stesso tempo in nome della solidarietà internazionale fa alleanze in tutta l'America Latina con gli impattati dalle mega opere costruite dalle imprese brasiliane, come per esempio Oderbrecht.

Il governo ha dovuto aprire un tavolo negoziale con la nuova piattaforma del MAB, anche se la presidentessa Dilma Rousseff si rifiuta di attuare la nuova legge sul catasto che aiuterebbe le persone danneggiate. Ma i rischi all'orizzonte sono tanti: il governo sta favorendo una nuova stagione di partnership pubblico-private per agevolare la privatizzazione del servizio idrico; si parla di nuove dighe in Amazzonia, e soprattutto nell'economia verde prende lustro l'idea, già sperimentata in Australia e Cile, di introdurre un sistema di commercio dei diritti sull'acqua. Lo stesso tema di cui si discute oggi in Europa e altrove. Ma il MAB non demorde e pianifica già per il marzo del 2013 il terzo incontro nazionale di tutti gli impattati, perché “l'acqua e l'energia non devono essere merci!”.

 

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