Nonostante il prezzo molto elevato sui mercati internazionali, l’uranio rende poco ai Paesi africani dove viene estratto per lo più dalle multinazionali occidentali – un mero 17 per cento a fronte del valore totale. A rivelarlo il rapporto “Radioactive Revenues: Financial Flows between Uranium Mining Companies and African Governments” redatto dalla Ong Centre for Research on Multinationals Corporations (SOMO) e dal World Information Service on Energy (WISE).
Lo studio evidenzia come gli accordi finanziari siglati tra le compagnie e i governi locali, condotti in maniera ben poco trasparente, finiscano per essere quasi sempre estremamente svantaggiosi per questi ultimi. In Namibia, Niger, Malawi e Sudafrica si estrae un quinto della produzione d’uranio mondiale – nei prossimi due anni si prevede che la quantità di materiale possa addirittura raddoppiare. Sul campo sono attive la francese Areva, l’anglo-australiana Rio Tinto, l’australiana Paladin e la sudafricana Ashanti.
Val la pena rammentare che l’uranio è indispensabile per il funzionamento delle centrali nucleari.








