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I fondali del mar Artico a rischio trivellazione

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Veduta aerea del mar Artico, Ashley Pollak, United Kingdom (wikimedia commons)di Luca Manes
Al largo delle coste della Groenlandia, nelle acque profonde della regione Artica, ci sono abbondanti riserve di oro nero. La scoperta è stata fatta di recente dalla compagnia petrolifera britannica Cairn Energy, la prima ad aver ottenuto il permesso di esplorazione in quelle località dal delicato equilibrio ambientale. Sebbene sia ancora da confermare ufficialmente, la notizia viene data per certa da varie fonti, tra cui anche il quotidiano inglese The Guardian.

Tutto il settore estrattivo, da tempo convinto che l’Artico sia una delle ultime frontiere da “saccheggiare”, e le autorità governative della Groenlandia, assetate di denaro da pompare nelle loro esangui casse, sono già in grande fibrillazione. Specialmente dopo il disastro della Deep Water Horizon nel Golfo del Messico, chi teme che le trivellazioni in contesti difficili siano un rischio troppo grande da sostenere per il nostro già bistrattato Pianeta non può invece che essere molto preoccupato.

Certo, quelli della Cairn Energy si fanno un gran vanto di essere intervenuti in situazioni a dir poco estreme e di essere molto bravi a scovare nuovi e ricchissimi giacimenti, ma visti i precedenti c’è da essere quanto meno un po’ scettici. I costi per installare piattaforme su fondali così poco ospitali sono in generale molto onerosi e devono per forza essere giustificati dalla presenza di milioni e milioni di barili di petrolio. Greenpeace si è già mobilitata, inviando nel Mar Artico la motonave Esperanza. L’imbarcazione della famosa organizzazione ambientalista è stata però subito “bloccata” da una nave da guerra della marina danese, che ha minacciato di abbordaggio in caso l’Esperanza superi il prestabilito limite di 500 metri dalla zona delle operazioni.

Nel frattempo la Cairn Energy e altre compagnie del settore sono state oggetto delle proteste del climate camp, la giornata di mobilitazione che quest’anno ha preso di mira soprattutto la Royal Bank of Scotland. In una Edimburgo affollatissima per la consueta ricorrenza del Festival (sponsorizzato proprio dalla banca scozzese), gli attivisti hanno bloccato con un gigantesco e colorato campeggio l’entrata del quartier generale dell’istituto di credito, grande finanziatore delle aziende del comparto estrattivo, comprese le contestatissime sabbie bituminose nella regione canadese dell’Alberta. Nonostante l’azione sia stata del tutto pacifica, le polizia locale ha effettuato 12 arresti. In realtà dai turbolenti giorni che hanno segnato l’apice della recente crisi finanziaria, la Royal Bank of Scotland è divenuta una banca pubblica, dal momento che per salvarla lo Stato è entrato in possesso di oltre l’80 per cento delle sue azioni.

Eppure proprio da quando è stata nazionalizzata, ha garantito circa 15 miliardi di euro alle oil corporations, secondo quanto calcolato dai ricercatori della Ong inglese Platform e reso noto in un rapporto appena pubblicato. Degli oltre 130 milioni prestati alla Cairn Energy, all’incirca la metà è servita per finanziare le esplorazioni in Groenlandia. Ironia della sorte, lo scioglimento di una parte della coltre di ghiaccio e degli iceberg che circondano l’isola, causato dai cambiamenti climatici, facilita non poco il compito dell’impresa. Quest’estate si sono registrate temperature intorno ai 28 gradi centigradi, un evento senza precedenti da quelle parti e il timore che ormai non ci si trovi di fronte a un fatto straordinario, bensì alla regola, è più che fondato. 

Guarda il video dell'azione degli attivisti del Climate Camp di fronte alla sede della Cairn Energy:

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