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Scheda Tar sands in Congo

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tar sands congoLA DESCRIZIONE DEL PROGETTO
La parte sud-occidentale della Repubblica del Congo, ex Congo-Brazeville è molto ricca di sabbie bituminose (tar sands in inglese) e a breve potrebbe venire sfruttata così come già accaduto alla regione dell’Alberta in Canada. Ovvero l’unico spicchio di mondo dove fino adesso ci si è arrischiati a lavorare questa risorsa così controversa per ricavarne petrolio.

A causa dell’estrazione delle sabbie bituminose, l’Alberta è andata incontro a un rapido impoverimento delle risorse idriche, a un generale peggioramento delle condizioni di salute degli abitanti dei territori interessati dai lavori, alla creazione dei cosiddetti tailing ponds (enormi serbatoi delle dimensioni di laghi che contengono dei prodotti chimici altamente tossici), a gravi processi di deforestazione e alla distruzione di preziosi habitat naturali. Ma non è finita qui. Il Canada oggi sta mettendo a rischio la propria sicurezza energetica proprio a causa  delle sabbie bituminose. Le riserve di gas metano, utilizzato per l'estrazione e per il lungo processamento delle sabbie, estremamente energivoro, stanno infatti terminando. La produzione di un barile di tar sands genera inoltre dalle tre alle cinque volte più emissioni di gas serra di un barile di petrolio convenzionale. Non a caso il Canada ha la media pro-capite più alta di CO2 e affini di tutti i Paesi del G8.

LE COMPAGNIE COINVOLTE
A dispetto dello sviluppo sostenibile che l’Eni sostiene di ricercare, è proprio la più grande multinazionale italiana a voler investire milioni di euro nello sfruttamento delle sabbie bituminose nell’ex Congo Brazaville, statarello che si affaccia sul Bacino del Congo ed è ricoperto per due terzi della sua estensione da foreste primarie.

In realtà nel Paese africano la compagnia del cane a sei zampe ha dei progetti ancor più articolati e ambiziosi. Nel maggio del 2008, infatti, ha siglato un accordo “ombrello” – non reso pubblico per la clausola di confidenzialità – con il ministro dell’Energia del Congo, Bruno Itoua, per un investimento di 3 miliardi di dollari nel periodo 2008-2012. Questa intesa copre: l’esplorazione delle sabbie bituminose, la produzione di olio di palma per alimentazione e biocombustibili e la costruzione di un impianto a gas da 350/400 megawatt. La firma dell'accordo segna una nuova fase delle operazioni dell'Eni in Congo, dove la società è presente con giacimenti offshore dal 1968.

L’area interessata dalla attività dell’Eni , quella di Tchikatanga e Tchikatanga-Makola, copre un’estensione di 1790 chilometri quadrati e dovrebbe portare alla produzione di 2,5 miliardi di barili di greggio, con altri 500 milioni possibili.

GLI IMPATTI SOCIO-AMBIENTALI
La bontà dell’accordo con l’esecutivo di Brazaville è messa in dubbio da numerose organizzazioni locali e internazionali. A inizio novembre la Fondazione Heinrich Boll ha pubblicato un dettagliato rapporto sui possibili impatti delle attività dell’Eni in Congo, mettendo un grosso punto interrogativo sui passi compiuti fino ad ora dall’azienda guidata da Paolo Scaroni. Il rapporto, basato su una serie di missioni sul campo di un gruppo di esperti tenutesi nel 2009, è stato sottoscritto e sostenuto da una ventina di Ong internazionali, tra cui anche l’italiana CRBM.

La pubblicazione evidenzia numerose anomalie, a partire da un profondo deficit di comunicazione. La popolazione locale non appare per niente informata sui potenziali impatti dei progetti dell’Eni. Alcuni contadini residenti nei pressi della foresta di Dionga hanno confermato di essere stati espropriati delle loro terre a causa delle attività di prospezione dell’Eni, ma di non aver ricevuto alcuna compensazione, né di essere stati precedentemente avvertiti. L’azienda italiana ha fornito ben altra versione, affermando di aver siglato un’intesa al riguardo con la comunità locale, il tutto con la supervisione del ministero competente, così come assicura di aver svolto tutti i passaggi necessari per un’opera di consultazione esaustiva durante la fase di valutazione degli impatti ambientali. Ma anche in questo caso le persone intervistate in loco parlano di scarsissime informazioni fornite e poco altro. L’estate scorsa l’Eni ha organizzato un’udienza pubblica da tenersi però solo dopo l’approvazione dello studio sugli impatti ambientali da parte delle autorità congolesi, e non durante la redazione dello studio stesso, secondo le buone pratiche internazionali. Un’udienza a cui non era palese chi dei soggetti impattati potesse partecipare veramente. Eppure i punti in agenda non dovevano essere pochi.

Soprattutto perché non è per niente chiaro se l’area interessata dai lavori sia coperta dalla foresta pluviale oppure no. Un “dettaglio” che può fare molta differenza. L’Eni fornisce rassicurazioni al riguardo, tanto che Scaroni ha affermato di recente che “il tar sands non si trova nelle foreste equatoriali, altrimenti non ce ne occuperemmo, l’abbiamo trovato nella savana, per cui dopo averlo estratto ripristineremo tutto come era prima”. Eppure a leggere gli studi condotti dalla compagnia stessa datati marzo 2009, sembrerebbe che il 70 per cento delle sabbie bituminose sarebbe stato localizzato in piena foresta primaria e in altre zone di particolare rilievo per la loro ricca biodiversità (come nelle vicinanze del lago Kitina) e in parte abitate.

Oltre ai possibili costi legati agli impatti socio-ambientali, che per ora rimangono a dir poco nebulosi, esistono dei costi puramente operativi che risultano molto alti. Non deve stupire che verso la fine dello scorso anno il gigante petrolifero anglo-olandese Shell si sia parzialmente chiamato fuori dal business delle sabbie bituminose in Canada. La spesa per barile di petrolio prodotto si era attestata sui 38 dollari – nel 2007 era ancora 29 dollari. Ma, come già accennato in precedenza, in Congo l’Eni si muove su più fronti, per cui i margini di guadagno possono essere comunque alti. Anche grazie alle cosiddette esternalità, ovvero i costi ambientali e sociali che le compagnie petrolifere cercano il più delle volte di lasciare sulle spalle di altri, in primis i governi locali e le popolazioni che vivono nelle aree in cui si svolgono le operazioni.

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